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quatarUna spesa senza precedenti, stadi e hotel nuovi in costruzione, ma un evento che mobilita l'attenzione mondiale è già macchiato di sangue.

Nei cantieri muoiono 12 lavoratori a settimana. Se non si interviene, alla fine le vittime saranno 4milaCarlo Gnetti - Il Qatar, paese che ospiterà la Coppa del mondo del 2022, sta vivendo una stagione di vero e proprio delirio calcistico. Un delirio pagato però a caro prezzo dai lavoratori delle costruzioni, in particolare migranti, che giungono nel paese del Golfo per realizzare i progetti faraonici messi in campo dal governo in vista di quella che sarà la 22a edizione del campionato mondiale di calcio.Si calcola che il Qatar, paese che ha costruito le sue fortune su gas e petrolio ed è attualmente il più ricco al mondo per reddito pro capite, spenderà a questo scopo l’equivalente di 62 miliardi di sterline (circa 73 miliardi di euro). Attualmente i lavoratori impiegati in Qatar per i campionati del mondo sono 1 milione e 200 mila, provenienti in gran parte dal Nepal, dall’India e dallo Sri Lanka, e si prevede che un altro milione raggiungerà il paese per completare stadi, hotel e infrastrutture destinati all’evento.Se però il governo non varerà urgenti riforme per interrompere il trend attuale, i lavoratori da sacrificare sull’altare della World Cup saranno ben 4.000. La fosca previsione si basa su una proiezione del numero di vittime che in questo scorcio di 2013 ammontano già a 600 (quasi una dozzina alla settimana), ed è riportata in un recente articolo del giornale inglese The Guardian che riprende la denuncia del sindacato internazionale Ituc.Le cause dei decessi non sono sempre chiare, dato che vengono evitate le autopsie e non vengono condotte le indagini di routine, ma è plausibile farle risalire all’inesistenza di misure di sicurezza nei cantieri e alle terribili condizioni logistiche a cui devono adattarsi questi lavoratori. Secondo il Guardian, che a sua volta ha realizzato un’indagine sul campo, 44 lavoratori nepalesi – la maggior parte dei quali giovani dai 20 ai 30 anni – sono morti dal 4 giugno all’8 agosto per incidenti sul lavoro o per malattia. Gli stessi lavoratori interpellati dal giornale denunciano condizioni di lavoro inumane, ai limiti dello schiavismo, con 50 gradi di temperatura e datori di lavoro che trattengono per diversi mesi i salari e i passaporti ai loro dipendenti, impedendo loro sia di tornare in patria sia di svolgere funzioni vitali come quella di dissetarsi.I lavoratori, prosegue il Guardian, vivono in comunità sovraffollate e in condizioni igieniche disastrose, che favoriscono il diffondersi di malattie e costringono alla ricerca disperata di cibo. In quello stesso periodo 30 lavoratori nepalesi, che non avevano ricevuto alcun compenso, hanno trovato rifugio nell’ambasciata del loro paese e sono poi riusciti a lasciare il Qatar. Per parte sua l’ambasciatore di Nuova Delhi ha denunciato la morte di 700 lavoratori indiani tra il 2010 e il 2012, di altri 82 nei primi cinque mesi dell’anno, e ha raccolto la protesta di altri 1460 connazionali che denunciavano le condizioni di lavoro cui erano sottoposti.Nei giorni scorsi il segretario generale dell’Ituc Sharan Burrow ha incontrato a Ginevra il ministro del Lavoro del Qatar e i membri del comitato Qatar 2022, esortandoli a promuovere misure che pongano fine a questo stato di cose e spingendo anche la Fifa a prendere posizione. Tra le misure richieste vi è l’istituzione di ispettori che possano controllare sul campo le condizioni di lavoro. “Ogni giorno muore un lavoratore migrante in Qatar – ha detto in quella occasione, sottolineando la piena concordanza dei dati in possesso dell’Ituc con quelli riportati dal Guardian –. Se non saranno adottate misure adeguate il tasso di mortalità è destinato ad aumentare del 50 per cento, in concomitanza con l’afflusso di forza lavoro in vista della World Cup 2022”.“Si tratta di un evento di rilevanza mondiale – ha aggiunto la segretaria generale dell’Ituc – e, in quanto tale, richiede l’applicazione degli standard più elevati in materia di sicurezza e condizioni di lavoro e di vita”. Finora la risposta delle autorità del Qatar è stata, secondo l’Ituc, “debole e poco convincente”, limitandosi alla promessa di aumentare il numero di ispettori del lavoro, il cui impatto è però giudicato di scarso rilievo.A giudizio del sindacato internazionale, occorrerebbero leggi in grado di tutelare maggiormente i diritti dei lavoratori, combattere la diffusione del lavoro poco sicuro ed estendere l’esercizio dell’attività sindacale e della contrattazione collettiva. Le leggi attuali assicurano infatti il totale controllo dei datori di lavoro sui loro dipendenti, tanto che “nessun lavoratore si sente libero di parlare senza condizionamenti a un ispettore del lavoro”.Le norme che regolamentano i visti di lavoro, il cosiddetto “kefala system” (in base al quale i lavoratori senza qualifica devono avere uno sponsor nel paese ospitante, in genere il datore di lavoro, che è responsabile per il loro status giuridico e per i visti d’ingresso), fanno sì che i lavoratori non possano cambiare impiego senza il permesso dei datori di lavoro né lasciare il paese senza il loro consenso firmato.Da una ricerca sui lavoratori migranti in Qatar pubblicata nel giugno 2013 sul Journal of Arabian Studies risulta che il passaporto del 90 per cento dei lavoratori monitorati è in possesso dei loro datori di lavoro. Infine l’Ituc classifica sei “cattive pratiche” che violano i diritti dei lavoratori: false promesse riguardo alla natura e al tipo di lavoro da parte dei reclutatori di manodopera e degli sponsor; obblighi in materia di salari e di condizioni di impiego non rispettati dai datori di lavoro; contratti sottoscritti prima della partenza dal paese d’origine non rispettati in Qatar; condizioni e interessi inaccettabili imposti ai lavoratori che si sono indebitati con i reclutatori e con chi ha loro anticipato il denaro; passaporti trattenuti dai datori di lavoro; lavoratori costretti a vivere in campi di lavoro squallidi e sovrappopolati e ai quali è negato il diritto di unirsi in un sindacato. Su questa vicenda si è mobilitata anche l’Ilo, che ha costituito una commissione tripartita per monitorare il fenomeno e fare pressione sul governo del Qatar affinché rispetti gli impegni finora assunti a parole. Che però, a giudizio della stesso Ilo, non hanno ancora prodotto risultati tangibili.

 

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