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petrolio

Nonostante gli accordi di marzo, la situazione tra Juba e Khartoum resta tesa
L’8 giugno, il presidente del Sudan Omar al-Bashir ha ordinato al ministro del Petrolio sudanese, Awad al-Jaz, di bloccare il flusso del greggio estratto in Sud Sudan che deve necessariamente transitare negli oleodotti sudanesi per raggiungere Port Sudan sul Mar Rosso.

Le minacce del presidente sudanese non riguardano solo il blocco delle esportazioni petrolifere ma anche la sospensione di accordi in materia di sicurezza e di cittadinanza sottoscritti dai due paesi nel settembre e nel marzo scorsi. La decisione, ha spiegato Bashir, è stata presa in risposta al continuo supporto fornito da Juba al Fronte Rivoluzionario Sudanese (SRF), una coalizione di gruppi ribelli attivi nel Darfur, nel Sud Kordofan e nel Blue Nile che combatte contro il governo di Khartoum, e segue le parole pronunciate dal presidente sudanese il 27 maggio quando ha minacciato un blocco del flusso di petrolio proveniente dal Sud Sudan, attraverso gli oleodotti sudanesi, “se Juba dovesse sostenere i movimenti ribelli”. 
Malgrado il blocco sul petrolio estratto in Sud Sudan sembrasse imminente, Mohammed Atta al-Moula, capo dei Servizi Segreti sudanesi, ha precisato che la chiusura degli oleodotti diventerà effettiva se Juba non smetterà di sostenere i ribelli del Fronte rivoluzionario entro due mesi. 
Da Juba, funzionari governativi sud sudanesi, accusando a loro volta Khartoum di fornire armi e sostegno logistico alle milizie che combattono contro il governo sud sudanese e in particolare al South Sudan Democratic Army (SSDA) di David Yau Yau nello Stato di Jonglei, hanno commentato di non aver ricevuto alcuna comunicazione ufficiale in merito al blocco.

Gli accordi minacciati. Nel settembre dello scorso anno, Sudan e Sud Sudan hanno raggiunto un accordo su un documento ribattezzato delle “quattro libertà” che avrebbe consentito ai cittadini dei due Paesi di godere di libertà di residenza, di movimento, di intraprendere attività economiche e acquistare e disporre di proprietà private. Lo scorso marzo, le delegazioni di Sudan e Sud Sudan riunite a Addis Abeba hanno invece concordato la ripresa della produzione petrolifera, interrotta nel febbraio 2011 a causa della disputa su alcune tasse di transito e le accuse reciproche di sostegno a gruppi armati lungo il confine, e il ritiro immediato delle truppe a dieci km dal confine per consentire l'istituzione di una zona di sicurezza di frontiera smilitarizzata.
I due paesi si erano impegnati anche nella realizzazione di un meccanismo di controllo e verifica delle frontiere e l'attivazione di tutti i meccanismi relativi alla sicurezza a partire dal 10 marzo. Entrambi i Paesi hanno interesse nei proventi del petrolio in quanto svolgono un ruolo importante nelle economie domestiche. L’accordo dello scorso marzo e la ripresa della produzione di aprile era stato motivato sia dal deterioramento delle due economie nazionali, a cui i governi hanno fatto fronte varando piani di austerity mal recepiti dalla popolazione, sia dalle pressioni della Comunità Internazionale che, specialmente in un periodo di crisi economica, ma tollera le turbative del mercato petrolifero mondiale. Il blocco della produzione aveva turbato in particolar modo la Cina, prima importatrice del petrolio sud sudanese.
La visita dello scorso aprile di Omar Bashir a Juba sembrava rappresentare un punto di svolta nella normalizzazione dei rapporti tra i due Stati, nonostante il mancato accordo sullo status della regione petrolifera contesa di Abyei. 

Il nodo Abyei. Lo status di Abyei è uno dei nodi rimasti irrisolti dopo la secessione del Sud Sudan da Khartoum. Le posizioni divergenti di Sudan e Sud Sudan sulla partecipazione dei nomadi Misseriya, legati a Khartoum, ad un referendum che dovrebbe tenersi nel mese di ottobre hanno ostacolato l'organizzazione del voto, originariamente previsto per il gennaio 2011. Anche se un gran numero di Misseriya utilizza il territorio per pascolare il bestiame, il Sud Sudan sostiene che solo coloro che risiedono stabilmente nella zona dovrebbe avere diritto di voto. Nel tentativo di porre fine alla situazione di stallo tra i due Paesi, il Consiglio di pace e sicurezza dell'Unione Africana ha approvato una proposta che esclude i Misseriya dal voto. La proposta riconosce diritto di voto alla popolazione sud sudanese dei Ngok Dinka e ai pochi residenti permanenti della tribù nomade dei Misseriya che abbiano vissuto nella regione per un periodo non inferiore ai tre anni. Il Sudan vorrebbe che i suoi cittadini Missiriyah partecipassero al referendum, mentre Juba pretende l’applicazione di quanto deciso dal Tribunale Internazionale d’Arbitrato nel 2009 e non riconosce ai Missiriyah il diritto a partecipare al referendum in quanto cittadini sudanesi. 
L’uccisione ad inizio maggio di Kuol Deng Kuol (conosciuto anche come Kuol Adol), il capo supremo dei Nine Ngok Dinka, assassinato da uomini della comunità rivale dei Misseriya nel corso di un agguato lanciato contro il convoglio della UN Interim Security Force for Abyei, ha irrigidito le posizioni dei due Sudan sulla questione. Le autorità di Juba, considerate vicine ai Dinka, hanno accusato il governo del Sudan, considerato vicino ai Misseriya, di essere il mandante dell’omicidio del capo Dinka.

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