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birra e uomo neroIl movimento ribelle M23 e altri gruppi nell’est del Congo sovvenzionati
Fulvio Beltrami - Kampala - L’Est della Repubblica Democratica del Congo è sconvolto da una ribellione banyarwanda, iniziata nell’aprile 2013, sostenuta da Rwanda e Uganda, le cui origini risalgono al genocidio ruandese del 1994. Lo scenario attuale è un misto di recessione economica delle Provincie Est del Congo, conflitto e instabilità permanente, aumento delle tensioni etniche e rischio di guerra regionale. L’esplosiva situazione è gestita da un Presidente, Jospeh Kabila, che fatica avere il contatto con la realtà (sembrerebbe vittima di droghe e alcol), un ristretto gruppo di interessi composto da membri della famiglia Kabila e militari, una missione di pace ONU dai contorni sempre più incerti, e, sullo sfondo, oltre 40 gruppi ribelli, Paesi vicini con chiare mire imperialistiche e un centinaio di multinazionali che sono il vero polmone economico che alimenta i vari conflitti fin dal 1996.

I diversi rapporti redatti dalle Nazioni Unite sullo sfruttamento illegale di oro, coltan, minerali vari, legno pregiato, petrolio e sui finanziamenti erogati delle multinazionali ai diversi signori della guerra sono stati fino ad ora sistematicamente ignorati. La legge americana Frank-Dott, contro il traffico illegale di risorse naturali del Congo, viene costantemente raggirata dalle multinazionali americane con la complicità dell’Amministrazione Obama, promotrice della legge, ma non solo, anche organismi internazionali come la Banca Mondiale e il FMI che incoraggiano apertamente le multinazionali ad addentrarsi nel mercato di guerra dell’est del Congo affermando che tali investimenti rafforzano l’economia nazionale e il processo di pace.

Anche le multinazionali più insospettabili e presenti da anni nel Paese sono coinvolte. É il caso della multinazionale olandese della birra Heineken, che controlla la ditta nazionale congolose di produzione birra, la Bralima. Secondo un’inchiesta condotta dai giornalisti Jason Miklian e Peer Schouten per conto del ‘Foreign Policy Magazine’, la Heineken finanzierebbe il movimento ribelle M23 e altri gruppi ribelli all’est del Paese con un milione di dollari annui.

I risultati di questa inchiesta sono stati categoricamente smentiti dalla multinazionale di Amsterdam. Heineken non starebbe finanziando nessun gruppo armato in Congo, secondo quanto dichiarato dal Direttore Mondiale della Comunicazione e Marketing, John Clarke. Al contrario, la filosofia aziendale si basa sul concetto del commercio socialmente responsabile, che allinea gli interessi economici a quelli delle comunità locali, finanziando programmi sanitari ed educativi come il recente finanziamento di 90.000 dollari per la costruzione di un orfanotrofio nel Paese.

Heineken entrò nel mercato congolese nel 1930, quando divenne socio minoritario della Brasserie de Leopoldville che produceva la birra Primus fondata da un gruppo di investitori franco-belga nel 1923. Nel 1982 Heinenken acquistò marchio ed azienda, divenuta nel frattempo Bralima, mantenendo il prodotto di punta: la Primus, diffusa su tutto il territorio nazionale e anche nei Paesi limitrofi -Congo Brazzaville, Burundi, Rwanda. L’acquisto fu possibile grazie alla non volontà dei soci fondatori di continuare il business nello Zaire del dittatore Mobutu Sese Seko diventato un Paese ad alto rischio di guerra civile. La scelta della multinazionale olandese fu quella di inserirsi nel particolare mercato dei Paesi instabili e in conflitto, scelta che offre ottimi margini di profitto a condizione di saper gestire le alleanze con i regimi, alleanze costose, immorali ma proficue.

Heineken, sfruttando la popolarità della Primus e migliorandone la qualità, divenne uno tra i principali finanziatori del regime di Mobutu, accrescendo le vendite del 100%. Nonostante gli elevati costi di corruzione e le difficoltà degli ultimi anni del regime (1990-1996), la multinazionale Olandese non abbandonò il mercato zairese. Dopo la caduta di Mobutu, nel 1997, la Heineken si associò al ribelle congolese Désiré Laurent Kabila, appoggiato da Rwanda, Angola, Uganda, e autoproclamatosi Presidente. Questo segnò lungo e propizio matrimonio con la famiglia Kabila, prima il padre e poi il figlio (e attuale Presidente) Joseph Kabila, mantenendo contemporaneamente le relazioni (e relativi finanziamenti) alle ribellioni dell’Est durante la seconda guerra Pan Africana (1998 – 2004) per continuare le vendite nell’Est del Paese, già minacciate dall’introduzione di birre nazionali dell’Uganda. Nel Sud Kivu la Primus riuscì a reggere grazie anche al finanziamento indiretto all’Esercito di occupazione ruandese, fino a quando il Rwanda non decise di imporre la propria birra, Mutzig, nel 2003, sfruttando il calo di qualità della Primus prodotta nei stabilimenti di Bukavu.

Questo gioco di alleanze costò caro alla Heineken che si ritrovò a finanziare il Governo di Kinshasa, le ribellioni all’Est, il Rwanda e sporadicamente l’Uganda, ma le permise di conservare il primato di vendite in Congo. Dopo al vittoria di Kabila alle elezioni del 2006, la multinazionale di Amsterdam decise di attuare un marketing improntato sulla retorica nazionalista del nuovo Governo di Kinshasa. La bandiera del Congo divenne il logo della Primus e la Bralima sommerse il mercato di gadget (tavoli, sedie, portaceneri, ombrelloni, magliette, berretti e persino tessuti per gli abiti femminili tradizionali) tutti rigorosamente con il nuovo logo.

Nel 2010 la Bralima stipulò una serie di contratti con centinaia di migliaia di bar piccoli o grandi che fossero, imponendo l’esclusività di vendita della Primus in cambio di un maggior margine di profitto nella vendita al dettaglio. Dal 2012 la Bralima finanzia le star della musica congolese a condizione che scrivano brani di successo inneggianti alla Primus. Per mantenere intatto il monopolio locale la Heineken ha limitato l’introduzione delle sue birre europee nel mercato congolese.

Questa politica ha pagato. Dal 1987 ad oggi le vendite della Primus sul territorio nazionale sono aumentate del 60%, nonostante oltre un decennio di guerra civile. La produzione attuale di Primus nei sei stabilimenti del Paese, di cui Kinshasa ospita la casa madre, è calcolata a 6 milioni di bottiglie al giorno, tutte regolarmente vendute. Bralima ha trasformato la Primus in un bene di prima necessità. ‘Si può stare senza pane ma non senza Primus’, recita un proverbio locale. La Heinekend ha iniziato anche la produzione di bibite analcoliche per far concorrenza alla Coca-Cola. La vendita è affidata ad una rete di distributori terzi, apparentemente indipendenti che acquistano i prodotti presso gli stabilimenti per distribuirli ai vari depositi, che a loro volta li distribuiscono per la vendita al dettaglio. Il costo di produzione in fabbrica della Primus è di 0,85 centesimi di dollaro, la birra arriva al consumatore a un prezzo che varia dai 2 ai 6 dollari.

Nell’est del Paese, la Bralima ha negoziato le tariffe che normalmente si pagano per poter transitare senza incidenti nei territori controllati dalla ribellione del M23. Mentre gli altri imprenditori pagano 700 dollari a camion, la Bralima ne paga 500, sfruttando la popolarità che la Primus gode anche tra i ribelli. Si stima che le tasse di transito imposte a tutte le ditte facciano entrare nelle casse del M23 circa 2 milioni all’anno di cui 800.000 provenienti dalla Bralima. I fondi servono per acquistare armi, munizioni, pagare i soldati e occasionalmente aiutare la popolazione che vive nei territori occupati. La Bralima pagherebbe altri 400.000 dollari all’anno per pedaggi imposti da altri gruppi ribelli, compreso il movimento terroristico ruandese FDLR.

Questi finanziamenti vengono negati dalla Bralima-Heineken che scarica la responsabilità sui distributori. «La Bralima non è responsabile delle scelte attuate dai distributori avendo un semplice contratto di vendita dei prodotti usciti dalla fabbrica», spiega John-Paul Shuirink, Direttore finanziario della Bralima, informando che la Heineken ha condotto un’indagine e rotto i contratti con i distributori che pagavano il pedaggio ai ribelli e sottolineando che le vendite della Bralima rappresentano il 1% delle vendite nazionali.

Queste affermazioni sembrano smentite dall’approfondita inchiesta del ‘Foreign Policy Magazine’. I distributori contattati spiegano di essere in realtà dei dipendenti della Bralima, anche se ufficialmente hanno una loro posizione fiscale come lavoratori autonomi. Il pagamento dei pedaggi ai ribelli rientrerebbe nel calcolo del compenso pattuito tra Bralima e distributori. La Heineken conoscerebbe perfettamente le tariffe, e addirittura sarebbe difficile ingannarla dichiarando tariffe superiori a quelle realmente pagate. Questa approfondita conoscenza sarebbe originata da accordi diretti tra i ribelli e la Heineken per fissare il prezzo a cui i suoi distributori devono sottostare, come è stato con il M23. Quindi, i distributori terzi sarebbero utilizzati come filtro tra la Bralima e le varie ribellioni per tutelare l’immagine dell’azienda. Le vendite nel Nord Kivu rappresentano il 25% delle vendite nazionali.

La Heineken era già stata citata per finanziamenti alle ribellioni nel rapporto redatto dal Parlamento congolese nel 2005, il ‘Lutundula Report’. Nel documento si accusa senza mezzi termini e con prove inconfutabili la Bralima di essere uno tra i principali fautori del prolungamento della seconda guerra Pan Africana combattuta in Congo. Il rapporto non è stato seguito da provvedimenti giudiziari. Il Governo Kabila ha preferito utilizzarlo come merce di scambio per aumentare il ‘pizzo’ alle varie multinazionali citate nel rapporto.

La Heineken pagherebbe un sostanzioso ‘pizzo’ al Governo per poter effettuare una colossale evasione fiscale ai danni delle casse pubbliche valutata attorno ai 2 milioni di dollari all’anno. «Non parlerei di corruzione vera e propria ma di regali e favori elargiti a vari politici che si trovano in bisogno. Il Governo congolese ci sta aiutando molto perché il Congo è aperto agli investimenti», spiega il responsabile della Comunicazione della Bralima, Sylvain Malanda. «Ai nostri boss ad Amsterdam non interesse come facciamo i profitti. Alla Heineken interessa solo che manteniamo la quota di vendita annuale. Se la rispettiamo bene, altrimenti sono guai», continua Malanda, durante l’intervista effettuata lo scorso giugno dagli autori del reportage di ‘Foreign Policy Magazine’.

John-Paul Shuirink, Direttore finanziario della Bralima, infuriato ha affermato che la Bralima non riconosce come ufficiali le dichiarazioni fatte dal suo Direttore delle Comunicazioni. Sylvain Malanda sarebbe stato licenziato dalla Bralima lo scorso agosto. La Bralima di Kinshasa non ha risposto alle nostre richieste di confermare la notizia.

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Il PolesineOnLine non usufruisce delle sovvenzioni economiche previste per l'Editoria - Leggi le "Note informative"

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