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MERKEL E EURO( fonte INFORMAZIONE LIBERA) In un articolo sul Telegraph, Jeremy Warner ci ricorda che non è il caso di lanciare accuse ora, ma di riconoscere che il sistema in sé era destinato a generare questo tipo di situazione.

Non c'è dubbio che alcuni ne hanno approfittato, aggiungiamo noi, anche in spregio ai trattati...ma solo perché era il sistema stesso a permetterlo (e così adesso succede quanto riassunto magistralmente dal prof. Bagnai in un'epica slide...).Per i tedeschi il target d'inflazione al 2% della BCE va bene finché non implica che l'inflazione in Germania salga oltre il 2%. di Jeremy Warner – 11 Nov 2013Da un po' di tempo è diventato di moda dare la colpa alla Germania per i problemi dell'euro. Nel suo recente report semestrale, gli USA si sono spinti oltre, e hanno accusato la più grande economia d'Europa non solo di aggravare i guai del continente, ma di aggiungere una pressione deflazionistica sull'intera economia mondiale.Gli atteggiamenti si sono fatti più duri quando è venuto fuori che i rappresentanti tedeschi alla BCE hanno guidato una rivolta degli Stati del nord contro il taglio dei tassi d'interesse della scorsa settimana, e hanno tentato di impedire molte altre cose ritenute necessarie per lenire le sofferenze della periferia dell'eurozona.Perfino Olli Rehn, il responsabile economico della Commissione Europea, solitamente ultra-leale, assieme al suo direttore generale degli affari economici, Marco Buti, sembra si sia unito alle accuse alla Germania – in un certo senso.In un nuovo blog, il signor Rehn dice che questa settimana potrebbe avviare una “approfondita revisione dell'economia tedesca”, usando una procedura dell'Unione Europa per esaminare gli squilibri macroeconomici nella regione.Il signor Buti nel frattempo viene ripetutamente accusato a Berlino di tentare di scaricare tutte le colpe sugli “abominevoli” tedeschi, sebbene sia difficile trovare una qualsiasi evidenza di ciò in quanto da lui detto pubblicamente. Nella misura in cui il signor Buti, un italiano, sia veramente colpevole di aver puntato il dito, egli presumibilmente limitava le sue critiche al consumo privato.In ogni caso, accusare la Germania di bloccare la strada a un'Europa in fase di ripresa è un po' troppo comodo. Inoltre è una diagnosi sbagliata sulla natura del problema dell'Europa. Non è la Germania, tanto meno il suo successo economico – se davvero si può considerare la sua crescita, stimata quest'anno allo 0,5%, come un successo – che sta alla radice dei problemi. È l'euro.Mi è stato impossibile individuare chi abbia usato per primo l'espressione “una taglia unica si adatta a tutte politiche monetarie”. Eddie George, ex-governatore della Banca d'Inghilterra, l'ha usata con riferimento alla moneta unica già alla fine degli anni '90, sebbene probabilmente essa abbia un'origine ancora anteriore.Comunque il problema che si profila oggi è quello di sempre. Qualsiasi tentativo di stabilire un unico tasso di interesse per 17 stati politicamente e fiscalmente sovrani è quasi per definizione condannato in partenza. Una crisi perpetua è più o meno garantita.È già abbastanza difficile stabilire una politica monetaria per una singola nazione, come la Gran Bretagna, gli USA e il Giappone nelle loro situazioni molto diverse stanno ora dimostrando.Da quando lo scorso luglio è diventato governatore della Banca d'Inghilterra, Mark Carney ha avuto come prima priorità di promuovere la domanda, rassicurando famiglie e imprese che i tassi d'interesse non sarebbero stati alzati prematuramente.E sta già lottando per mantenere l'obiettivo, per quanto questo potrebbe essere considerato un segno di successo. La crescita sta superando ogni aspettativa, facendo così apparire un po' privo di senso l'impegno della banca centrale a non alzare i tassi d'interesse per almeno tre anni .Ovviamente, tutti vorrebbero avere di questi problemi. Dal momento in cui è iniziata la crisi, più di cinque anni fa, la Banca d'Inghilterra è stata decisamente troppo ottimistica sia sulla crescita che sull'inflazione. L'una è stata una delusione al ribasso, l'altra al rialzo.Ma ora si profila il problema contrario. La crescita ha cominciato a tornare, e la disoccupazione sta scendendo più rapidamente di quanto si pensasse.Il rapporto sull'inflazione di questa settimana dovrà riconoscere questa realtà. Il signor Carney in agosto ha detto che la Banca d'Inghilterra non prenderà nemmeno in considerazione l'aumento dei tassi fino a che la disoccupazione non sarà scesa al 7%. Ora quel punto sembra destinato ad essere raggiunto prima di quanto si pensasse. È vero che anche l'inflazione sta scendendo più rapidamente del previsto, ma questo è quasi interamente dovuto alla rivalutazione della sterlina, che a sua volta è causata dalle aspettative al rialzo dei tassi d'interesse.Tenere sotto controllo i tassi d'interesse si sta dimostrando una sfida. Le richieste di un rialzo sono in aumento, ma non potranno essere accolte almeno fino a che la disoccupazione non sia scesa sotto la soglia stabilita. I membri della Commissione per la Politica Monetaria si sono legati ad una sorta di vincolo di autoabnegazione. Le voci più prudenti della Commissione devono trattenere il falco che è in loro.La strategia di Mr. Carney può o meno essere un errore, come lo possono essere le politiche monetarie ancor più espansive che vengono praticate sia negli USA che in Giappone. Però in tutti e tre i casi, quantomento, sappiamo che la banca centrale sta operando in un modo che ritiene proteggere al meglio gli interessi della propria nazione. Con la BCE, questo non potrà mai avvenire. Per statuto, essa è tenuta a destreggiarsi tra le diverse priorità di 17 parti in movimento. La confusione che ne risulta non è né carne né pesce e fondamentalmente non è utile a nessuno.I tedeschi credono che la politica monetaria sia gestita a vantaggio del Club Med spendaccione [i paesi mediterranei, ndt], mentre la periferia pensa che sia gestita a vantaggio dei paesi economicamente dominanti del centro.Nei primi anni dell'euro, la politica monetaria è stata piuttosto espansiva a sostegno di una Germania in difficoltà. Dal punto di vista tedesco, avrebbe probabilmente dovuto essere ancora più espansiva, ma già così com'era, era decisamente troppo accomodante per gran parte della periferia, dove ha contribuito a gonfiare bolle immobiliari, bancarie e dei consumi.Oggi il problema è in qualche modo l'opposto. La Germania non ha un boom vero e proprio, ma la disoccupazione è straordinariamente bassa, c'è scarsità di lavoratori qualificati e i prezzi delle case crescono rapidamente, almeno per gli standard tedeschi.Nel frattempo l'inflazione sta diventando negativa in una parte della periferia dell'eurozona. Ma per favore non chiamatela deflazione. No, nell'eurolinguaggio si chiama aggiustamento relativo dei prezzi, che nel tempo renderà questi paesi più competitivi.Può essere, ma nel frattempo quello che fa è di ridurre la domanda e aumentare il peso dei debiti in essere. Questi paesi hanno bisogno di una crescita del PIL nominale accettabile, se vorranno mai poter ripagare i propri debiti, non di un aggiustamento relativo dei prezzi. Ora veniamo alla Germania, dove la proprità in una società che sta rapidamente invecchiando è tutta orientata a risparmiare a spese dei consumi correnti. Le trattative sulla formazione di un nuovo governo hanno già concesso il salario minimo e maggiori investimenti pubblici. I tedeschi credono di stare facendo già più del dovuto per sostenere la domanda in Europa, e rigettano con forza l'idea di ulteriori azioni di politica economica o fiscale per la correzione degli squilibri.Lo stesso vale per la politica monetaria. Per i tedeschi il target d'inflazione al 2% della BCE va bene finché non comporta che l'inflazione in Germania salga oltre il 2%. Il tasso d'inflazione alquanto maggiore che sarebbe necessario per permettere un'accettabile crescita del PIL nominale nella periferia dell'eurozona è visto come un sacrilegio dalla maggior parte dei tedeschi – e per certi versi anche a ragione.La Germania non è partita con l'intenzione di progettare un modello economico che impoverisca la maggior parte del resto dell'Europa. Sfortunatamente si è adattata all'euro, che impedisce quel naturale strumento del mercato che è la libera fluttuazione dei tassi di cambio e l'applicazione da parte di diverse nazioni di politiche monetarie basate sui propri interessi. La colpa non è dei gran lavoratori tedeschi, ma della follia della élite politica Europea.

 

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