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Mivar logoPermettetemi questa digressione rispetto alle normali notizie che pubblichiamo. La Mivar, marchio completamente italiano nato nel '45 come produttore di radio e poi di televisori, nelle prossime settimane cesserà le sue linee di assemblaggio di tv e si modificherà, per non chiudere, iniziando a produrre mobili d'ufficio.

Vichi Mivar
Il suo titolare, l'ing. Vichi, da sempre grande combattente, oggi con i suoi novanta anni di età, è costretto nuovamente a tentare di risorgere dalle ceneri del patrimonio industriale italiano. Un po' come Adriano Olivetti e la sua incredibile azienda ad Ivrea.

Una notizia come tante di cui ormai ci abbiamo fatto l'abitudine.

Ma non per me. Chi ha fatto il radiotecnico, come nel mio caso, negli anni d'oro degli apparecchi radio e televisioni a valvole, poi trasformati in ibridi e ancora dopo a transistor e ancora poi a circuiti integrati, sa cosa era la Mivar ma non come cliente ma come parte tecnica integrata di un sistema "Vichi" dove ogni ruolo, interno od esterno all'azienda, aveva un giusto gratificante riconoscimento perchè veniva data sempre la giusta importanza.

mivar tvDei televisori Mivar noi tecnici ammiravamo la semplicità della realizzazione, noi che dovevamo spesso impazzire solo per aprire gli schienali (vedi i vecchi Grundig). Leggendo gli schemi elettrici degli apparecchi Mivar ci stupivamo per come i progettisti riuscivano ad ottenere un determinato perfetto risultato, ad esempio un tipo di forma d'onda, con delle semplici intuizioni che andavano quasi a ridicolizzare complicati sistemi di marche forse molto più blasonate.

Ricordo ancora con affetto quel lungo cacciavite piatto (circa 30 cm) che serviva per togliere gli schienali. Tolto il pannello posteriore, il televisore era lì nudo davanti a noi... un pannello bloccato da due clips che allentavi e giù che scendeva per una riparazione semplice  e veloce tenuto da due funicelle nere.

Quando entrava in laboratorio un Mivar lo si riceveva sempre quasi con affetto.


Dal Corriere della Sera - Mivar, addio alla tv made in Italy - Carlo Vichi: «Produrremo mobili».

La fabbrica smetterà di lavorare entro i primi di dicembre. Centinaia di cassintegrati: ne rimarranno poche decine.

«Ma quale chiusura dell’azienda? Non è vero niente, i cancelli della Mivar resteranno sempre aperti». Carlo Vichi, 90 anni, il patron della Mivar, l’ultima fabbrica di televisori italiani smetterà di lavorare, dice lui, solo «quando mi trasformerò in spirito». Ma per la sua impresa, fondata nel 1945, si prepara una svolta epocale. Tra poche settimane, quando si esauriranno le scorte della componentistica, chiuderanno per sempre le linee di produzione. Anche quelle inaugurate solo qualche mese fa, che assemblano le Smart Tv con sistema operativo Android. La virata verso la tv interattiva non è riuscita a risollevare le sorti della Mivar, dove oggi lavorano 60 operai. Ma Carlo Vichi già lo sapeva. «Non posso più produrre televisori. Spendo 10 e posso vendere a 8», spiega. «E poi la Mivar non fa più televisori da anni». Le migliaia di apparecchi che uscivano in questi anni dalla sua fabbrica erano semplicemente assemblati. Mancava «il genio italiano, la tecnologia italiana» in questi televisori e per questo non li sentiva più «suoi». 

STOP ALLA PRODUZIONE – Il 30 novembre si concluderà la cassa integrazione straordinaria. Cosa succederà dopo? «Non lo so e non mi interessa», sbotta Vichi, come è nel suo stile. Di certo si sa che quando finiranno le scorte dei componenti non ne saranno ordinate altre. È probabile che la produzione cessi entro quella data, oppure ai primi di dicembre. I sindacalisti della Cigl e della Cisl, che in questi anni sono riusciti a garantire a centinaia di operai (erano 900 negli anni ‘60) la cassa integrazione prima ordinaria e poi straordinaria, sono al lavoro per gestire la loro uscita dall’azienda. Per la prima – e unica volta – alla Mivar si parla di mobilità, spalmata su tre anni. La stragrande maggioranza dei dipendenti sono donne e l’età media si aggira sui 50 anni. «Con me ne resteranno pochissimi, una decina, per altri non c’è lavoro», dice Vichi. «Si occuperanno della manutenzione e cose del genere». 

LA FABBRICA MAI UTILIZZATA – Cosa succederà alla sua «Fabbrica ideale», la nuova, grandiosa sede della Mivar, completata nel 2001 e mai utilizzata? Progettata interamente da Vichi, è vasta 120 mila metri quadrati, di cui 60 mila a parco alberato. Il patron non ha mai voluto spostare lì la produzione perché non voleva «che insieme ai lavoratori ci entrassero anche i sindacati». Vichi non è mai stato democratico, per lui «In fabbrica si dice sissignore, come nell’Esercito, nessuno può venire a comandare in casa mia». Ma al di là dei proclami e della sua ammirazione per i dittatori, nel 2001, proprio l’anno in cui la nuova sede è stata completata, è cominciata la crisi, con la concorrenza delle tv a Led che ha sancito la fine delle tv a tubo catodico. Oggi si parla di trattative per la cessione di alcuni spazi dello stabilimento in vista di Expo 2015, ma Vichi taglia corto: «Quello è un gioiello nato per fare i televisori o qualcosa di simile, non può prostrarsi a cose diverse. L’Italia se vuole ripartire deve riempire di nuovo le fabbriche. E io sono certo che tra 100 anni nella mia fabbrica qualcuno farà televisori, saranno americani, o forse cinesi» 

IL FUTURO? NEI MOBILI – Nel 1998 dallo stabilimento di Abbiategrasso uscirono 917 mila televisori a tubo catodico. Quest’anno solo poche centinaia. Da mesi Carlo Vichi è al lavoro per progettare una linea di mobili, soprattutto tavoli. «Da usare nelle mense, nei self service, nei luoghi affollati come aeroporti e stazioni. E li farò al meglio, come sempre. Saranno prodotti al massimo della tecnologia. Chi non lavora non vive».

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