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prigioni indegneRiceviamo e volentieri pubblichiamo una testimonianza dal carcere di uno degli arrestati del 19 luglio sull'affare Ligresti. Nel cortile del carcere delle Vallette, nell'ora d'aria delle 13, torrida come può esserlo una vasca di cemento sotto il sole di fine luglio, le storie di vita che si rincorrono sono tutte diverse ma tutte simili. Storie di vite spezzate, vite rubate e avvitate in una spirale di sfruttamento, emarginazione e reclusione.

Chi ha spacciato, chi ha rapinato con o senza armi, chi ha ricettato, chi magari non ha fatto niente di tutto ciò ed è quindi vittima di una doppia terribile ingiustizia; poi ci siamo noi, arrestati in un momento di lotta, apparentemente così distanti e diversi, in realtà così naturalmente e vicendevolmente empatici. Le storie parlano di una guerra costante per liberarsi dalla miseria che regna fuori da quelle mura con ogni mezzo necessario, e questi mezzi spesso e volentieri ti ci portano in galera, lo sai bene, le leggi le conosci anche te. Ma la guerra continua anche dentro, tra quelle mura e quelle sbarre che negli anni ti strappano ogni soffio di vita dal corpo e dalla mente. Non è facile mantenere salda la propria dignità umana in un contesto fatto apposta per annientarla, tra ordini, soprusi, controllo e abbandono, eppure quanta ne abbiamo respirata in quei pochi giorni! Grazie al rapporto con gli altri detenuti, abbiamo capito che il coraggio e la dignità possono davvero andare oltre l'immaginabile. E abbiamo capito anche che in carcere non ci si può stare, che un essere vivente non può essere privato della vita in questo modo, in nessun caso.Nel frattempo in questi giorni la classe dominante italiana ha offerto su questo argomento uno sfoggio di schiettezza e sincerità non da poco. La cronaca è nota: Giulia Ligresti, membro di una delle maggiori famiglie del capitalismo italiano, arrestata per reati di natura finanziaria, è stata fatta uscire dal carcere grazie alla gentile intercessione del Ministro Cancellieri e grazie a perizie mediche in cui si affermavano gravi rischi per la salute legati alla permanenza in carcere, in quanto una persona così ricca e agiata soffre in modo particolare le condizioni di detenzione. La sincerità (involontaria) sta dunque nel fatto che la classe dominante riconosce pubblicamente il fatto che il carcere sia un luogo disumano, che distrugge le persone a tutti i livelli. E la schiettezza sta nel comunicare, tramite tutta la vicenda, questo messaggio: “Le galere servono a tenere rinchiuse le persone che hanno infranto le leggi fatte da noi, se poi per caso uno dei nostri ci finisce dentro usiamo ogni mezzo per tirarlo fuori perché è un luogo disumano, mentre voi potete tranquillamente continuare a morirci dentro”. Con buona pace di tutta quella parte dell'arco politico che ancora si appella alla legalità come cura per tutti i mali, questa è davvero una dimostrazione di sincerità che sgombera il campo da molti malintesi e ipocrisie. La classe dominante ci muove guerra ogni giorno, sfruttando tutti e rinchiudendo chi devia; quando la ricchezza accumulata con lo sfruttamento legale non le basta, passa alle vie illegali e se incidentalmente viene beccata si autoassolve in men che non si dica. Tutto ciò non ci scandalizza neanche particolarmente, noi che lottiamo ogni giorno questi meccanismi già li conosciamo, come li conosce chi il carcere lo vive per davvero. Non ci interessa chiedere dimissioni, non ci interessa che la Ligresti paghi con misure repressive una piccola parte delle sue malefatte. Vogliamo invece che un giorno, non importa quanto lontano, loro e le persone come loro siano veramente costrette a pagare tutto.

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