Login

Chi è on.line

Abbiamo 592 visitatori e nessun utente online

Ultimi Utenti

Statistiche server

Utenti registrati
47
Articoli
3276
Web Links
4
Visite agli articoli
8916978
LOGIN/REGISTRATI
Venerdì, 22 Novembre 2019
A-   A   A+

Filter Feather 2SCRIVI E INVIA IL TUO ARTICOLO (ricorda che devi loggarti o registrarti)


1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 Rating 0% (0 Votes)
Valutazione attuale:  / 0
ScarsoOttimo 

lettaChigi, Consiglio dei Ministri quella delle privatizzazioni italiane, date sempre per imminenti, periodicamente paventate quando da Letta quando da Saccomanni, è una storia già scritta, una tragedia annunciata.

Da quanto tempo ne parliamo? Ormai ne abbiamo quasi perso la memoria. Già sotto Monti suonò, ripetutamente, il campanello d’allarme: l’esecutivo italiano, sostenuto da una grossa coalizione comprendente centrodestra, centro e centrosinistra, meditava d’alienare per un tozzo di pane importanti quote d’aziende statali di valore strategico. L’operazione non riuscì per le numerose resistenze interne, ma non fu con questo abbandonata. Si disse, a quanto pare più a ragione che a torto, che il governo Letta nascesse con l’obiettivo di riuscire laddove il precedente aveva fallito: e non sussisteva dubbio alcuno che tra questi compiti vi fosse anche quello di privatizzare ciò che precedentemente non era stato possibile privatizzare. L’obiettivo ufficiale sarebbe quello di ricavare tra i 10 e i 12 miliardi di euro vendendo parte delle quote detenute dal Tesoro in otto società. Col ricavato l’esecutivo intenderebbe da una parte ridurre il debito pubblico e dall’altra tagliare il decifit, rispondendo così alle pressioni della Commissione Europea che non vede in tal campo la Legge di Stabilità come particolarmente risolutiva. Il governo non vorrebbe comunque perdere le quote di controllo nelle società partecipate, eccezion fatta per il Gruppo SACE, che s’occupa d’assicurazione del credito, di protezione degli investimenti, di cauzioni e di garanzie finanziarie: una scelta dettata dal fatto, così dicono le fonti ufficiali, che in nessun altro paese europeo vi sia un gruppo assicurativo di credito alle imprese di proprietà prevalentemente pubblica. Sarà. La nostra impressione è che questo sia solo l’inizio d’un nuovo processo di dismissione d’aziende fondamentali per il nostro paese, quelle che non a caso vengono definite come “strategiche”. Si comincia coi giochi contabili, e si finisce per fare sul serio: è come aprire una falla in una diga o in un argine. Quali sarebbero, infatti, le otto società interessate dal piano presentato da Saccomanni? La prima è l’ENI, partecipata al 30,1% dal Tesoro e dalla Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce il risparmio postale; seguono STM, holding italo-francese partecipata al 50% dal Tesoro, che controlla STMMicroelectronics, leader nella produzione di componenti elettronici a semiconduttori; Fincantieri, tra i leader mondiali della cantieristica, posseduta al 99,3% da Fintecna, a sua volta controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti; CDP Reti, il veicolo di investimento posseduto al 100% dalla Cassa Depositi e Presiti, che ha acquisito l’anno scorso dall’Eni il 30% di SNAM; TAG, partecipata all’89% da Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce in esclusiva il tratto austriaco del gasdotto che trasporta il gas dalla Russia in Italia; Grandi Stazioni, controllata al 60% dalle Ferrovie dello Stato per la gestione delle principali stazioni italiane; ENAV, la società per il controllo del traffico aereo, controllata al 100% dal Tesoro; e infine la già menzionata SACE, interamente di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti. Come si può vedere, si tratta d’aziende in molti casi ben più che “strategiche” per l’interesse nazionale. Preoccupano perciò le decisioni assunte da Saccomanni e da Letta. Saranno privatizzate SACE e Grandi Stazioni per il 60%, ENAV e Fincantieri per il 40%, CDP Reti per il 50%. Sull’ENI, almeno su quella, pare che invece il Tesoro non voglia ancora mollare l’osso: dell’ente fondato da Mattei, infatti, lo Stato cederà il 3%, ma nel luglio del 2012 l’ENI ha deliberato un piano di riacquisto (il buy-back) delle proprie azioni in base al quale la quota pubblica sarà portata dall’attuale 30,1% al 33%. In pratica, ma almeno solo per il momento, a comprare le azioni di ENI cedute dal Tesoro sarà ENI stessa. Poi, cosa succederà? Per il momento siamo ai giochi contabili, ma l’impressione è che s’annuncino giorni bui per le da sempre bistrattate partecipazioni statali.Filippo Bovo

 

Web Agency coccinella piccola ARTE nel WEB Lendinara (RO) - Hosting - Customization - Developer


Il PolesineOnLine non usufruisce delle sovvenzioni economiche previste per l'Editoria - Leggi le "Note informative"

soprattutto Ecoambiente particolare Civitanova referendum annunciato dichiarato responsabile capogruppo Comunicato associazioni possibilità dipendenti all'interno attraverso lavoratori condizioni condannato amministrazione manifestazione intervento pubblicato Alessandro commissione Redazionale democrazia ambientale maggioranza importante parlamentari presentato situazione Napolitano QUOTIDIANO) Commissione consigliere elettorale Presidente carabinieri Parlamento Repubblica INFORMAZIONE territorio L'opinione REDAZIONALE Gazzettino RovigoOggi Berlusconi presidente Quotidiano

I cookie vengono utilizzati per migliorare il nostro sito e la vostra esperienza quando lo si utilizza. I cookie impiegati per il funzionamento essenziale del sito sono già stati impostati. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli, vedere la nostra Privacy Policy.

Io accetto i cookies da questo sito.

EU Cookie Directive Module Information