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bernardelli

L'INTERVISTA PAOLO BERNARDELLI RACCONTA IL SUO ROMANZO D'ESORDIO "COME NON CI FOSSE UN DOMANI"

Lo scrittore narra uno spaccato della vita polesana e la storia di una generazione schiacciata

Silvia Stievano ROVIGO - "E un libro che raccoglie uno spaccato della vita in provincia. Che ho iniziato a scrivere qui, quando ancora abitavo in Polesine, ma che sono riuscito a sviluppare

e completare solo dopo essermene andato". Paolo Bernardelli, rodigino classe 1980, inizia a raccontare così il suo romanzo d'esordio, "Come non ci fosse un domani", uscito nelle librerie lo scorso 8 luglio per l'editore Oge. Com'è nato questo libro? "Ho iniziato a scrivere cinque anni fa, poi in mezzo ho tentato un'altra cosa illeggibile - afferma ridendo - e sono tornato, in tempi maturi, a trasformare gli appunti che avevo in questo romanzo. Veramente, quindi, l'ho scritto in un anno. Ho preso spunto dalle vicende assurde che mi sono capitate facendo il corrispondente per alcune testate. Quando si scrive di cronaca locale ci s'imbatte per forza di cose in un substrato di cose che attivano l'immaginazione. Parla della provincia, in particolare della zona dell'Altopolesine. Ma è pura invenzione, dall'inizio alla fine, non ci sono personaggi reali. Cercavo un'ambientazione che conoscessi bene, uno di quei luoghi che quando ci si vive lo si ama e odia allo stesso tempo. Ma che quando te ne vai lo ami e basta". Tu te ne sei andato da Rovigo. Il libro è in qualche modo autobiografico? "Racconta un sentimento mio, soggettivo, ma senza essere autobiografico. In fondo, esprimiamo sentimenti anche quando non ce ne accorgiamo. Vivo fuori Rovigo ormai da tre anni e mezzo. Ho abitato qui fino all'adolescenza, poi per anni sono stato a Bologna. Sono tornato e ho fatto diversi lavori, scrivendo per diversi giornali, e alla fine sono approdato a Milano. A breve partirò per Londra e non so quando tornerò". Se il protagonista non sei tu, chi è? "C'è un protagonista all'inizio, che nella seconda parte diventa corale. Mentre scrivevo, il racconto è diventato la storia di una generazione, che però non ha una morale o un tentativo di essere esplicativo. Il libro ritengo sia diviso in due: una parte di 'io', con il protagonista preminente, e una parte di 'noi'. Anche nello stile si riflette questa separazione. Tutto è visto in soggettivo. Ci sono situazioni pesanti e tragiche, ma il protagonista vede tutto con uno sguardo abbastanza ironico e disincantato. Infatti pensavo di aver scritto un libro comico, cosa che ho tentato di sottolineare in determinate dichiarazioni all'interno del romanzo e nella mia biografia. E invece, non so cosa sia. Devo ancora esattamente capire cos'ho scritto, me lo diranno i lettori". Cosa c'è in questo libro? "Moltissime cose, è difficile sintetizzarlo. E' il suo bello e il suo difetto: che sia pienissimo di spunti. In verità cerco di non dare mai risposte alle cose, tutto ciò che faccio ha un grande punto di domanda vicino. La cosa bella delle opere è che il lettore può trovarci le sue risposte. Non mi sono mai piaciute le opere che ti dicono 'fai così, pensa così'. A questo ci pensano le scuole, o la politica". I temi principali quali sono? "Il grande contenitore è la provincia. Il tema principale è forse quello di una generazione nata tra la fine degli anni 70 e la metà degli anni 80, che non ha trovato il vero modo di manifestarsi come generazione. Una generazione senza simboli, un po' come la mia che l'ultimo che ha avuto è quello del G8. Una generazione schiacciata, che cerca di affermarsi. E' un po' quello che si legge negli articoli di cronaca: di determinate persone che compiono atti anche incomprensibili, che spesso vogliono essere tentativi di affermazione. Poi è presente il concetto di fiume, di essere nato lì, sotto l'argine del Po. E' una presenza molto forte: 'Forse è perchè sono nato sul fiume che tutto mi scorre addosso' è la prima frase del romanzo, non a caso". Parliamo del titolo, e della copertina. "La frase che ho scelto è diventata una sorta di manifesto, perchè la uso spesso con un mio caro amico. In realtà mi sono reso conto recentemente di come stia entrando nell'uso comune, soprattutto nei social network, e di come spesso venga associata anche ad una questione ossessiva. Bisogna fare, fare cose come se non ci fosse un domani. Per la copertina, mi piaceva l'idea di un mondo (e del nome) ribaltato. Sopra c'è la fabbrica, che se qualcuno la guarda in modo distratto potrebbe sembrare delle radici. Sotto invece c'è il fondale del fiume: è un po' come cadere, affondare da una parte, arrivare a destinazione dall'altra. E la fabbrica è ribaltata perchè si riflette sul fiume". Scriverai ancora? E ancora della provincia rodigina? "Sì, ho già qualcosa in cantiere: almeno quattro idee, tra cui quella piuttosto ambiziosa di una trilogia. Quella della provincia è però una parentesi chiusa per ora, non voglio scrivere un altro romanzo su tale tema perché ho paura di ripetere questo. E poi mi piace viaggiare, scoprire cose e persone nuove e farmi ispirare da esse. La pubblicazione di questo romanzo è già una vittoria. Devo ringraziare le persone che hanno lavorato al libro, tutti coloro che hanno voluto leggerlo prima che lo pubblicassi (cosa rara) e che mi hanno dato consigli. Quando l'ho risistemato in fase di editing ho tenuto conto di tutti i suggerimenti interessanti". Tornerai mai a vivere sotto l'argine del Po? "Vengo spesso a Rovigo, ma non penso che tornerò stabilmente. Ma mai dire mai, la vita ti pone sempre di fronte a scelte strane".

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