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terra

Rete dei Comitati Rovigo - “La bellezza salverà il Veneto?” domanda che ogni cittadino sensibile probabilmente si pone guardando la realtà della propria regione notoriamente

rovinata da strade, cemento, case senza soluzione di continuità, capannoni industriali (il Veneto è al 2° posto in Italia per consumo di suolo). Questa  realtà ci angoscia tanto più se guardiamo alla volontà dell’amministrazione regionale che nello stesso PTRC  da un lato parla di diminuzione delle aree edificabili e dall’altro consente di aumentare la cementificazione e dà l’avvio alla costruzione di nuove autostrade, anziché potenziare la viabilità esistente, di nuove zone industriali e commerciali, anziché riutilizzare quelle già presenti e vuote per la crisi, la costruzione di nuove centrali elettriche all’ombra del rischio di riconversione a carbone della centrale ENEL di Polesine Camerini, senza pensare a come ridurre lo spreco di energia e quindi i costi per le aziende, senza preoccuparsi del consumo di terreno agricolo, senza una programmazione edilizia, energetica e produttiva,  ma puntando solo al costruire per costruire, per guadagnare nel presente e lasciare terra bruciata al futuro. Per non parlare dell’imbruttimento del territorio che tutto questo comporta. Infatti se guardassimo il Veneto attraverso l’arte sarebbe possibile comprendere qualcosa in più della vocazione alla bellezza di cui questa regione è stata storicamente campionessa, grazie alla sua natura rigogliosa, alla varietà paesaggistica unica che l’uomo ha nei secoli ulteriormente arricchita con l’agricoltura, la costruzione di  alcune delle città più belle d’Italia, borghi e ville di campagna di cui ha disseminato il contado creando paesaggi che nei secoli passati sarebbero stati degni dell’Arcadia. Vitruvio e l’architettura classica è qui rinato grazie al sapiente studio dei suoi scritti operato da Andrea Palladio, che ha contribuito sì a trasformare il paesaggio ma facendolo sulle misure dell’uomo, unità di ogni cosa. Ecco perché il Veneto era bello e ha ispirato anche i suoi pittori che lo rappresentavano con un genere di pittura tipico, caratterizzato dalla tecnica detta “tonale”,  ovvero a toni di colore accostati, dove il colore stesso è più importante del disegno, al contrario di quanto accadeva a Firenze (almeno fino a Leonardo). Esso nasce anche per l’influenza di una civiltà della terra e dei boschi, fatta di colori e di natura. Là la pittura toscana esprimeva la cultura della città, la razionalità, la matematica dei conti e del commercio, ma anche la ricerca di un ideale estetico espresso con il disegno; qui la pittura esprimeva l’esuberanza dei sensi, più tipica del carattere veneto, la naturalezza dei boschi e di fiumi e canali in cui si specchiavano città e ville di campagna. Già Giovanni Bellini dipingeva in questo modo nel ‘400 e la stessa strada fu seguita e ulteriormente sviluppata da Giorgione, maestro di Tiziano, che rappresenta nei suoi quadri soggetti immersi nel verde, dove non è più necessaria l’architettura in prospettiva perché è il colore che crea la profondità.  Egli era ospite della corte di Asolo  di Caterina Cornaro, importante nobildonna veneziana, ex regina di Cipro, per la quale dipingeva, cantava e poetava. Erano fatti così i patrizi che amministravano il veneto alcuni secoli fa:  da un lato freddi politici, spietati con i nemici, dall’altro però proteggevano le arti, creando cenacoli di intellettuali che sicuramente affinavano il loro gusto, il senso del bello, l’amore per la cultura e la conoscenza. Mentre i dogi a Venezia continuavano nella gestione di una città modello di modernità dal punto di vista delle leggi e dei servizi, costruendola sempre più bella e unica, nobili e mercanti  edificavano le splendide ville  bianche che tutti conosciamo e di cui è punteggiato il territorio veneto. I signori di un tempo non erano quindi troppo diversi da un politico di oggi, anzi forse peggio, ma erano contemporaneamente tutti impegnati a ricercare la bellezza, ad investire denaro per crearla, facendo  realizzare capolavori che ancora oggi arricchiscono la nostra cultura, i nostri musei e le nostre “casse” grazie al turismo. La cultura profonda di molti uomini e donne dei secoli scorsi faceva la differenza tra il bello e il brutto, tra il divoramento vorace del suolo e il suo arricchimento e abbellimento ad opera dell’uomo.  Se prima i campi si canalizzavano per annaffiare una terra generosa, oggi  li si violenta con strade su cui non passerà nessuno (si veda la Nogara-Mare), si dividono i terreni, si sradicano le famiglie, si cementifica al punto che ogni piccola pioggia si porta via pezzi di terra, coltivazioni e fatica dei contadini. Ma un Giorgione di oggi come dipingerebbe il suo Veneto? Dipingerebbe le ville immerse nel cemento di strade e vuoti capannoni. I centri commerciali che imbruttiscono le periferie e svuotano i centri storici. Dipingerebbe boschi sempre più minacciati e abbattuti per far posto a bretelle o campagne piatte e vuote di alberi, arroventate da un cielo che non fa più piovere, o che piange troppo per disperazione.  Forse il rapido sviluppo avutosi dagli anni ’50,  grazie alla grande forza e voglia di lavorare dei veneti,  non ha lasciato il tempo di curare quella crescita culturale che avrebbe reso cauti e lungimiranti sia gli imprenditori che gli amministratori. Oggi più che mai, guardando alla bellezza e alla ricchezza passate, si deve investire sulla crescita culturale dei cittadini, degli imprenditori e degli amministratori. Questi ultimi, forse troppo sicuri di sé e del loro potere al punto da aver dimenticato la loro missione di ricerca del bene comune, hanno perso completamente il senso della bellezza e solo se si risvegliasse in loro questa sensibilità cambierebbe l’atteggiamento di sfruttare il suolo veneto fin che ce n’è, fino all’ultimo lotto di terra, fino all’ultima goccia di sangue. Riuscirà dunque la bellezza a salvarci?

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