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valentina fossatiValentina Fossati ora lavora in un laboratorio negli Usa.La storia di Valentina Fossati è di quelle da prendere a esempio. Colpita nel giorno del suo trentesimo compleanno da una sindrome clinica isolata di sclerosi multipla, ha deciso di dedicare anima e corpo alla ricerca sulle cellule staminali pluripotenti indotte.

Ricerca che conduce negli Stati Uniti. «Produrre oligodendrociti che con le loro ramificazioni di mielina avvolgono e proteggono le fibre nervose nel sistema nervoso centrale, e altre cellule del cervello derivate da pazienti e da individui sani, permetterà ai ricercatori di studiare la malattia in un modo in cui non era stato possibile finora - spiega - questo approccio può aprire la strada a un modo completamente nuovo di studiare le cellule del cervello umano». Solo di recente i ricercatori hanno cominciato a focalizzare gli studi sulla distruzione delle cellule del cervello provocata dalla sclerosi multipla. Attualmente si cercano farmaci che non solo stoppino l'infiammazione, ma anche proteggano i neuroni e gli oligodendrociti dai danni causati dalla malattia, per esempio cercando di ridurre lo stress ossidativo. In particolare, un nuovo farmaco chiamato Bg-12, sviluppato da Biogen e approvato dalla Federazione americana dei farmaci a marzo di quest'anno, sembra proteggere le cellule nervose, prevenendo la morte degli oligodendrociti. «Gli oligodendrociti si trovano dentro il cervello e prenderli da persone vive per fare ricerca è quasi impossibile. I ricercatori quindi hanno imparato a derivarli dalle cellule staminali nervose, ma il processo non è molto efficiente e genera ancora troppe poche cellule, in più solo pochi laboratori sono attrezzati per questo tipo di studi». Osservando che molti gruppi di ricerca, nelle più svariate aree della medicina, si erano lanciati a sfruttare tale tecnologia per generare cellule con cui sviluppare un modello di malattia in vitro, Valentina Fossati ha realizzato che creare oligodendrociti derivati da pazienti affetti da sclerosi multipla fosse l'approccio perfetto per colmare le lacune presenti nella ricerca su questa malattia. La ricercatrice rodigina è tra le prime persone ad applicare la tecnologia delle cellule staminali pluripotenti indotte alla sclerosi multipla. «Quello che può essere fatto in tempi brevi, più che iniettare le cellule nei pazienti, è studiare gli oligodendrociti umani, creati in provetta e cercare di rispondere alle questioni biologiche più critiche. Confrontando l'espressione genica di oligodendrociti derivati da pazienti e da individui sani, potrebbe portare all'identificazione di predisposizioni genetiche finora sconosciute. Sottoponendo le cellule a particolari condizioni, si potrebbe capire quali sono i fattori ambientali che promuovono lo sviluppo della sclerosi multipla. Esaminando non solo gli oligodendrociti, ma anche le altre cellule presenti nel cervello, come neuroni e astrociti, si potrebbero svelare meccanismi ancora sconosciuti che contribuiscono a causare la malattia. Questo tipo di studi potrebbe anche aiutare a capire come il sistema immunitario attacca la mielina, studiando i le interazioni tra i linfociti T dei pazienti e i loro stessi oligodendrociti. Il fine ultimo è quello di testare nuovi farmaci che proteggano le cellule nervose dall'attacco del sistema immunitario». Di questo e di altro la ricercatrice polesana parlerà in Accademia dei Concordi sabato 21. «Nel tempo libero mi piace cucinare e praticare yoga. Amo viaggiare, anche se negli ultimi anni le mie vacanze sono state maggiormente solo per tornare in Italia. Le mie passioni fin dall'adolescenza sono Vasco Rossi e la Juventus. Sono andata negli Stati Uniti perché volevo fare un'esperienza all'estero, volevo provare a lavorare in un laboratorio che non avesse grosse restrizioni di budget e che fosse all'avanguardia nella ricerca, mi interessava sviluppare di più lo studio sulle cellule staminali, cosa che in Italia non avrei potuto veramente fare, viste le restrizioni sull'uso delle cellule staminali embrionali».di Marco Scarazzatti

 

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